Letteratura e Illuminismo in Italia

    1. Caratteri distintivi dell'Illuminismo italiano. Se l'Illuminismo francese prende le mosse dall'esempio e dalle elaborazioni teoriche inglesi, l'Illuminismo italiano si sviluppa certamente sotto lo stimolo della combattività degli intellettuali francesi e della loro efficace opera di divulgazione delle nuove idee, ma presenta motivazioni particolari e raggiunge risultati non meno originali e rilevanti, almeno dal punto di vista culturale. Il fatto che gli ideali settecenteschi di rinnovamento morale, civile e intellettuale non portino a risultati ampi e concreti altrettanto positivi nel costume e nella vita globale del paese dipende da un insieme di fattori che travalicano la portata decisionale dei nostri ceti intellettuali (solo in parte schierati fino in fondo dalla parte dei Lumi); ed essenzialmente si spiega con la debolezza obiettiva di una borghesia imprenditoriale, incapace di sostituirsi ai centri del potere tradizionale (la proprietà terriera e la Chiesa), restii ad ogni innovazione significativa dell'assetto economico e sociale. In Italia i centri principali della cultura illuministica furono Napoli e Milano. A Napoli il movimento trasse impulso dalla politica di riforme inaugurata dalla nuova dinastia dei Borboni, al potere dal 1734 in uno Stato finalmente autonomo. Gli intellettuali illuministi appoggiavano le iniziative giurisdizionaliste dei sovrani, intese a rivendicare i diritti dello Stato contro i secolari privilegi della Chiesa. Tra questi illuministi si annoverano insigni studiosi come Antonio Genovesi , Ferdinando Galiani  e Gaetano Filangieri , che pongono le basi della moderna economia politica, delle discipline economiche e monetarie e predispongono (Filangieri in particolare) una riforma generale della giurisprudenza destinata a rinnovare nel profondo la vita civile del Regno. A Milano la condizione che permise il sorgere di un movimento illuministico fu il dominio austriaco, che per impulso dei sovrani illuminati Maria Teresa e Giuseppe II, in accordo con i ceti borghesi in formazione, condusse un'opera di svecchiamento delle strutture feudali, di riorganizzazione dell'apparato amministrativo e burocratico, di incremento delle attività industriali e commerciali. Tale politica suscitò anche nuove energie culturali. Gli intellettuali come Pietro Verri , Alessandro Verri , Cesare Beccaria guardavano con favore al riformismo di Maria Teresa e collaboravano col governo, entrando spesso nell'amministrazione pubblica (anche se in seguito, con le meno caute riforme di Giuseppe II, se ne distaccarono, e alla fine del secolo finirono per guardare con sospetto e avversione alla Rivoluzione francese). Se l'Illuminismo napoletano fu caratterizzato soprattutto dalle personalità di insigni studiosi e docenti, quello lombardo si preoccupò anche di condurre una battaglia più immediata, divulgando le nuove idee presso un pubblico di non letterati mediante lo strumento giornalistico, in forme più spigliate e briose (con «Il Caffè»). Il programma culturale degli illuministi milanesi puntava su una letteratura fatta di argomenti vivi ed attuali, civilmente impegnata ed intesa a promuovere l'utile pubblico attraverso la diffusione dei «lumi». Il gruppo aveva posizioni vivacemente battagliere e polemiche nei confronti della cultura tradizionale ed accademica, e propugnava l'uso di un linguaggio immediato, libero dagli impacci del classicismo, pronto ad impiegare i termini più adatti ad esprimere con chiarezza le idee, senza badare se fossero consacrati o meno dalla Crusca. L'elevatezza dei risultati teorici pone in alcuni casi i nostri intellettuali al centro dell'attenzione europea (come già era avvenuto per Giannone). E' il caso senza dubbio di Cesare Beccaria, che con il suo trattato Dei delitti e delle pene (1764) pone con esemplare lucidità, come condizione primaria dell'incivilimento del costume sociale attraverso una nuova legislazione, la necessità della distinzione netta tra "peccato" (valutabile e condannabile solo da Dio) e "reato" (giudicabile sulla base del danno obbiettivo inferto dal reo alla comunità). Elemento saliente della trattazione è la confutazione dell'utilità e della liceità della tortura e della pena di morte; ogni pena è giustificata inoltre dal fine rieducativo (non afflittivo, vendicativo) assunto dall'azione giudiziaria in uno Stato rispettoso della dignità umana.

      2. La condizione dell'intellettuale. Condizione indispensabile per la diffusione delle esigenze di cui l'Illuminismo si fece portavoce è il costituirsi di un ceto medio di sufficiente consistenza, impegnato nell'amministrazione dello Stato o nelle attività imprenditoriali, commerciali e finanziarie, e del riconoscimento da parte delle diverse categorie economiche e professionali dell'esistenza di interessi comuni. Plebei o nobili per origine sociale, i pensatori illuministi sono caratterizzati dalla comune volontà di creare una cultura che risponda ai bisogni concreti della società, che offra strumenti operativi di intervento e diffonda al massimo grado le conoscenze che la ricerca scientifica viene aggiornando con ritmo sempre più sostenuto sulla realtà del mondo naturale e dell'uomo. Vedremo come quest'esigenza porti a collocare in secondo piano, tra il 1750 e il 1780 circa, l'esperienza poetica e letteraria (in senso stretto) ed apporti in ogni caso notevoli modificazioni e limitazioni alla sua pratica. Sarà l'emergere progressivo delle difficoltà nella realizzazione delle riforme iniziate dal dispotismo illuminato dei regnanti, che rivelava un'imprevista complessità del reale, a dare nuovo impulso ad un'attività di ricerca più intima e personale, tradizionalmente legata, come l'intuizione e il gusto che vi presiedono, all'attività poetica e letteraria. In ogni caso, pur nell'intrecciarsi e nell'alternarsi degli interessi nella biografia del singolo intellettuale " enciclopedico ", il lavoro intellettuale tende a professionalizzarsi. Il rapporto di collaborazione con il sovrano o con gli apparati statali vede il grande intellettuale in un rapporto di autonomia e di forza, che deriva appunto dall'importanza delle funzioni a lui delegate dal sovrano illuminato, nello studio e nella realizzazione di quegli interventi legislativi o economici necessari alla razionalizzazione della macchina statale. Per alcuni decenni, in alcune situazioni come a Milano e a Napoli, più a lungo in Toscana, l'intellettuale illuminista trova una sua collocazione politica, perfettamente adatta alle sue competenze e alle sue aspirazioni ideali (ma il rapporto si interromperà quando sarà chiaro che il sovrano e l'intellettuale perseguono scopi diversi: di fronte all'emergere delle richieste di autentica eguaglianza da parte di settori sempre più ampi di popolazione). Variabile fondamentale è il peso che nella realtà politica concreta viene di fatto riconosciuto dalle istituzioni alla "pubblica opinione", l'esistenza o meno di gruppi di pressione organizzata, sufficientemente forti per avanzare le proprie istanze.   Essenziale è a questo scopo la creazione di uno strumento di comunicazione in grado di «accrescere i lumi e la cultura de' nazionali» e stabilire un contatto agile ed efficace tra l'intellettuale e quella parte di popolazione potenzialmente interessata a collegarsi con lui. La rivista milanese « Il Caffè » (da cui abbiamo tratto la citazione appena proposta) assolve a questa funzione per un biennio (1764-1766). Legata al circuito dell'insegnamento universitario è invece l'azione dei pensatori napoletani che fiancheggiano e dirigono il processo di ammodernamento e laicizzazione dello Stato iniziato a Napoli dai Borboni. Significativa è la decisione di Antonio Genovesi , il quale non esitò a spezzare una consuetudine secolare, tenendo le sue lezioni di economia politica in italiano anziché in latino. L'azione dei Borboni si rivelò efficace nella ridefinizione dei rapporti giuridici tra Stato e Chiesa, ma restò praticamente limitata a questo campo specifico, in mancanza di una fascia sufficientemente ampia di borghesia imprenditoriale; lo stesso motivo spiega il carattere particolarmente ardito ed insieme inevitabilmente utopistico ed astratto delle proposte di Gaetano Filangieri , destinate ad essere lodate addirittura negli Stati Uniti d'America ma a restare lettera morta nel paese in cui furono formulate. Occorrerà comunque molto tempo prima che in Italia si attuino quelle condizioni che permettano a molti letterati del Settecento inglese o francese di vivere del provento della loro attività letteraria, con il ricavato della vendita delle proprie opere a stampa. Per la maggior parte i letterati italiani del secolo provengono da famiglie agiate e coltivano l'attività letteraria come passatempo, oppure come estensione naturale della propria attività di funzionari pubblici (Pietro Verri e Cesare Beccaria nella seconda parte della vita); poche, ma in realtà notevoli, le eccezioni: Giuseppe Baretti  e Carlo Goldoni (1707-1793), commediografo professionista di rinomanza europea. Essi vivono di fatto esclusivamente dei proventi del loro lavoro inventivo, posto al servizio rispettivamente del mercato editoriale e del teatro commerciale. Due dei letterarti citati provengono dall'aristocrazia (Verri e Beccaria), due dalla borghesia (Baretti e Goldoni); ma essi combattono per raggiungere risultati analoghi, che li accomunano tra loro (nonostante le impuntature antifrancesi di Baretti) e alla comunità internazionale degli intellettuali illuminati. Emblematico è il Caso dei nobili Gasparo e Carlo Gozzi. Stretti dalle stesse necessità economiche, compiranno scelte opposte. Mentre il primo accetterà di scendere a patti con i meccanismi del mercato editoriale, fondando e dirigendo due periodici sui profitti dei quali ricava di che vivere, il secondo rifiuterà di essere pagato per il suo lavoro di autore teatrale, legato in modo continuativo ad una compagnia (come Goldoni). Ma egli intraprende il suo lavoro per il desiderio di strappare all` avvocato" (al " borghese ") Goldoni il favore del pubblico veneziano e dimostrare l'infondatezza dell'ipotesi che il successo di Goldoni fosse dovuto al carattere progressista e "democratico" delle opere dell'avversario. Prettamente aristocratico, per quanto libertario, rimase l'atteggiamento del conte Vittorio Alfieri (1749-1803), il quale rinunciò in cambio di un vitalizio al godimento delle rendite feudali ed al titolo, per liberarsi dagli obblighi personali che lo legavano in quanto nobile al servizio del monarca piemontese; ma resterà sempre persuaso del fatto che soltanto un uomo nelle sue condizioni di agiatezza e libero dalla necessità di svolgere un'attività redditizia potesse trovarsi nelle condizioni di libertà ed indipendenza personale necessarie per garantire uno stato di superiore disinteresse, indispensabile a suo parere all'impegno intellettuale e creativo.

      3. I luoghi della produzione culturale. Accademia, stampa periodica, corte e salotto. I modi stessi della circolazione culturale e l'accorciarsi delle distanze grazie al miglioramento dei servizi postali portò ad una graduale ma inarrestabile perdita di prestigio delle accademie, per lo più legate ad un circuito cittadino o provinciale. Esse mantennero una funzione propulsiva come centro di incontro e di discussione tra pari e luogo di dibattito e di scambio interdisciplinare là dove le spinte innovative si rivelarono più forti. E' il caso delle accademie milanesi dei Trasformati e dei Pugni. Nella prima si radunava una nobiltà aperta alle nuove istanze illuministiche, ma con posizioni moderate, favorevoli cioè a un cauto riformismo in campo politico-sociale e, in campo culturale, ad una conciliazione tra una cultura moderna, civilmente impegnata, e la tradizione classica; la seconda invece, come rivela già il semplice nome, aveva posizioni più battagliere ed estremistiche nel diffondere la cultura dei «lumi» e nel contrapporsi alla letteratura della tradizione classicistica. Nell'Accademia dei Trasformati maturò la poesia civile di Giuseppe Parìni (1729-1799), il più importante rappresentante della poesia italiana del secondo Settecento; nell'Accademia dei Pugni prese forma la rivista più famosa dell'Illuminismo italiano, « Il Caffè». Meno importante storicamente risulta l'Accademia veneziana dei Granelleschi, volta al recupero della tradizione bernesca e di un'originale e stravagante classicità. L'Accademia d'Arcadia perse progressivamente il potere di assicurare su base nazionale la celebrità di uno scrittore: la fama di Beccaria si diffuse in Italia sull'onda dei successi parigini. Fu la stampa periodica, oltre alla corrispondenza privata, ad assicurare la celebrità degli intellettuali. Essa per lo più ospitava, oltre alle notizie di cronaca (e spesso anche annunci economici, avvisi ...), una sezione dedicata alla recensione delle opere nuove, sul modello del «Giornale dei letterati d'Italia», fondato a Venezia nel 1710 da Apostolo Zeno (1668-1750) o ancora dell'omonimo periodico edito a Modena da padre Bacchini . All'impianto erudito di questi, i periodici illuministi affiancarono un intento divulgativo e commerciale che imponeva uno stile diretto, vivace e polemico, che abbandonava le cautele accademiche e, oltre a lodare chiaramente le opere utili alla lotta contro l'ignoranza e la superstizione, non esitò in molti casi a stroncare senza pietà, usando l'arma della comicità e dell'ironia, le opere giudicate " inutili ", " dannose " o " superate". L'esempio migliore è fornito in Italia dalla «Frusta letteraria» (1763-1765) di Giuseppe Baretti, il quale conduce una polemica senza esclusione di colpi contro gli àrcadi, espressione di una cultura «soporifera» e provinciale. Ma con l'eccezione del «Caffè», dedicato soprattutto alla divulgazione e alla discussione di conoscenze tecniche e scientifiche, la maggior parte dei periodici italiani mantiene nonostante tutto un carattere spesso squisitamente letterario, il che testimonia la difficoltà obiettiva d'ordine civile e culturale (la mancanza d'una lingua colta che sia anche lingua d'uso) che l'intellettuale italiano incontra nel tentativo di passare da una " cultura fatta di parole" ad una "cultura fatta di cose". Imperfetta in qualche misura risulta perciò l'imitazione dei modelli inglesi. Si sente in sostanza la mancanza di un pubblico ampio, che si ponga come interlocutore costante del letterato. La tiratura del « Caffè », che si rivolgeva ad un pubblico socialmente piuttosto " alto " (ed omogeneo) restò fissa a 500 copie; dove l'intellettuale pretese di raggiungere un pubblico più ampio e vario, come tentò di fare Gasparo Gozzi nella sua Venezia, l'efficacia della propaganda illuminista, garantita dalla finzione del rapporto alla pari con il lettore, veniva inevitabilmente meno. Così, nel momento in cui si sentiva in dovere di comunicare al proprio pubblico delle "verità" a quello poco gradite, il giornalista finiva per ritrovarsi nella condizione del professore severo di fronte ad allievi poco disposti a seguirlo. Come la maggior parte delle accademie, anche le corti vennero progressivamente perdendo la centralità che avevano conquistato secoli prima come centri di elaborazione di cultura; questo anche per il collegarsi sempre più stretto degli intellettuali illuministi all'apparato statale (l'organizzazione burocratica e la scuola pubblica, conquista laica del secolo. Ciò non esclude che i sovrani illuminati d'Europa svolgano un ruolo di mecenati e difensori di pensatori innovatori osteggiati nei loro paesi. Federico II di Prussia e Caterina Il di Russia ospitarono ad esempio Voltaire e Diderot; alla corte di Parma visse a lungo il massimo esponente del sensismo francese, Etienne Bonnot de Condillac (1714-1780). Contraltare "borghese" delle corti, i salotti delle case patrizie si aprirono spesso, specialmente in Francia, a gruppi di intellettuali progressisti, ai quali i padroni di casa offrivano ospitalità periodica. Un atteggiamento ancor più democratico denuncia l'abitudine degli encielopedisti di riunirsi in una "bottega del caffè", in un luogo cioè aperto a chiunque volesse entrarvi: il Procope, a cui si ispirano per la testata del loro periodico gli illuministi milanesi .
(Dal testo alla storia dalla storia al testo Vol.II-Baldi,Giusso,Razetti,Zaccaria)

                                                                      

INDICE