All'obiezione che la tesi si può invertire, sostenendo con eguale verisimiglianza che ogni dolore consiste nella rapida cessazione del piacere, il Verri risponde che una simile generazione reciproca non si può dare, perché «l'uomo non potrebbe cominciare mai a sentire né piacere né dolore; altrimenti la prima delle due sensazioni di questo genere sarebbe e non sarebbe la prima in questa ipotesi, il che è un assurdo» (Discorso, 6). Verri giunge a confermare la conclusione che Maupertuís aveva tratto dal suo calcolo, e cioè che la somma totale dei dolori è superiore a quella dei piaceri. Difatti la quantità del piacere non può mai essere superiore a quella del dolore perché il piacere non è che la cessazione del dolore. « Ma tutti i dolori'che non terminano rapidamente sono una quantità di male che nella sensibilità umana non trova compenso e in ogni uomo si dànno delle sensazioni dolorose che cedono lentamente» (ivi, 6).
Anche i piaceri delle belle arti hanno la stessa origine: a loro fondamento ci sono quelli che Verri chiama dolori innominati. L'arte non dice nulla agli uomini che sono tutti presi dalla gioia e parla invece a coloro che sono occupati dal dolore o dalla tristezza. Il magistero dell'arte consiste anzi nello « spargere le bellezze consolatrici dell'arte in modo che ci sia intervallo bastante tra l'una e l'altra per ritornare. alla sensazione di qualche dolore innominato, ovvero di tempo in tempo di far nascere delle sensazioni dolorose espressamente, e immediatamente soggiungervi un'idea ridente, che dolcemente sorprenda e rapidamente faccia cessare il dolore» (ivi, 8). La conclusione è che «il dolore è il principio motore di tutto l'uman genere». Da questi presupposti muove l'altro discorso di Verri Sulla felicità. Per l'uomo è impossibile la felicità pura e costante, ed invece è possibile la miseria e l'infelicità. L'eccesso dei desideri sulle nostre capacità è la misura dell'infelicità. L'assenza dei desideri è piuttosto vegetazione che vita, mentre la violenza dei desideri può essere provata da ognuno ed è talvolta uno stato durevole. La saggezza consiste nel commisurare in ogni campo i desideri alle possibilità e perciò la felicità non è fatta che per l'uomo illuminato e virtuoso.(Filosofi e filosofie nella storia Vol.II - Abbagnano, Fornero)